venerdì 27 aprile 2012

Paura di perdere il posto di lavoro è un muro di carta

Quando superi la paura di perdere una fonte di reddito,
ma hai fiducia in te stesso che riuscirai a rimpiazzarlo...
pur prendendo qualche rischio...
e' una liberazione.

In qualche maniera difficilmente racchiudibile in una formula possiamo concettualizzare questo processo in questo modo:
La paura di accettare un rischio crea immobilità e frustrazione.
Il superamento della paura e l'accettazione del pericolo è l'elemento primordiale del successo.

La paura tante volte non ha fondamenti, non e' giustificata e ci limita troppo, una volta mi hanno detto che e' come un muro altissimo ma fatto di carta che non ci vuole niente per superarlo.

mercoledì 25 aprile 2012

Il 25 Aprile secondo gli americani

In chat con i miei amici americani spiego che oggi ricorre l'anniversario della liberazione. Spiego la storia dicendo che ci siamo liberati dai nazi-fascisti. Mi segnalano che ci eravamo incasinati da soli e che li hanno buttati fuori loro...terminano con un.."liberation? Came on franko... get real!"

...Conclusioni: se la liberazione fosse stata fatta dai partigiani oggi avremo le basi partigiane non le basi americane in itaglia.

venerdì 13 aprile 2012

Sui social network sono tutti guru

Quante cattedre di sociologia ci vorrebbero...sui social network ha un'opinione anche Mara Venier. Ma quanti posti di lavoro hanno creato i social network?
Nessuno a Cosenza o a Ragusa...decine di migliaia in California. Il presente non è disperato in tutti i posti nello stesso modo. Ci sono paesi che crescono con attività e ottimismo da boom economico, gente di 30 anni che finisce di pagare il primo mutuo e ne sottoscrive un altro.
Se in Italia ci si occupa di andare ai concerti di gruppi musicali depressi e si postano su facebook foto con cocktail in mano non è colpa dei social network.   

mercoledì 11 aprile 2012

Caso Postepay: perchè l'HiPPO prende decisioni sbagliate.

HiPPO che sta per "Highest paid person's option" cioè la scelta della persona più pagata.
Le poste italiane avevano trovato una ragione d'essere (a parte pagare i pensionati), era la PostePay un servizio utile, snello ed efficiente. Poi devono aver assunto qualche genio che non ha mai usato una postpay. Il genio è un HiPPO, ha preso la decisione di dare più sicurezza ad un servizio che notoriamente consente di movimentare solo cifre molto basse. Una sicurezza che risulta ridicola vista la pochezza dei volumi trasferibili. Hanno deciso di inserire un codice OTP che viene mandato via sms sul cellulare.
Ovviamente il cellulare del titolare della carta postpay deve essere associato in un ufficio postale fisico, non si può fare online, perché gli utenti della postepay sono notoriamente dei fancazzisti che possono fare agevolmente le file negli uffici postali.
Il problema che genera è questo: la sessione per effettuare un pagamento dura 15 minuti. Se durante questi 15 minuti il numero OTP non arriva via sms sul vostro cellulare la sessione scade. Bisogna riconnettersi e richiedere un altro codice OTP, sperando che arrivi in 15 minuti.
Si hanno a disposizione 3 tentativi a sessione e se l'sms per qualche motivo non arriva non potete fare la transazione. In pratica le transazioni sulla postpay sono subordinate alla ricezione di un sms, quindi di un servizio esterno e non controllabile dalla Poste Italiane.
Questa è la classica decisione presa da quelli che gli americani chiamano HiPPO che sta per "Highest paid person's option" cioè la scelta della persona più pagata. In genere la scelta della persona più pagata fa quasi sempre schifo.  Siamo certi che questa persona non ha mai usato una postpay  per fare un trasferimento di 30€ ad un amico.

martedì 10 aprile 2012

Outlet: firme a metà prezzo ma sono originali?

Sembra sia diventata una nuova speranza, una nuova frontiera da varcare, un sogno anche per i non benestanti: l’outlet! Se non sei mai stato in uno di questi posti, è un’esperienza da fare a tutti i costi. L’altro giorno, la mia ragazza – che di moda non capisce nulla, e guai a dirglielo, perché dire ad una donna che non capisce nulla di moda, è come dire ad un fantino che non capisce nulla di cavalli! – mi ha portato in outlet. E quando le ho chiesto: “Ma cosa devi comprare?”, la sua risposta è stata: “Qualcosa di marca!”. Andiamo avanti, e sorvoliamo.
Entrati in questo immenso magazzino/negozio/mercato, con luci al neon, che sembrava di essere in uno spaccio ortofrutticolo; vedevo decine e decine di persone, che invece di guardare e scrutare i capi, scegliendo qualcosa in base al proprio gusto, la prima cosa che facevano: era guardare l’etichetta, e vedere di che marca fosse il capo. Si sentivano le persone parlare tra loro, ma cosa dicevano? Solo i nomi dei brand! Una signora di settant’anni gridava: “Versace!”; sull’altra fascia una ragazza dall’occhio ninfomane ribatteva: “Moncler!”; in fondo al salone, una voce non identificata gridò: “Museum a metà prezzo!”. A quel punto la mia ragazza, mi guarda e con uno sguardo perso, come se davanti a se avesse dei carrarmati russi all’attacco, mi dice: “Babbeo! Non hai trovato nulla… e noi adesso cosa rispondiamo?”. Una sfida all’ultimo sangue!
Ma mentre ero immerso in questo folclore, ho notato vicino a me una ragazza, che con il suo smartphone, si collegava su un sito, e scrutava i capi d’abbigliamento andando alla ricerca di un codice. A quel punto, la mia curiosità è stata forte, ho chiesto cosa stesse facendo. Mi disse che non era sicura che tutta la roba presente nell’outlet fosse originale, e quindi, avendo paura della contraffazione, voleva pararsi il culo (per dirla in gergo!). Effettivamente, nessuno dei presenti, si stava chiedendo se quel Versace fosse o non fosse originale. In realtà, lì dentro, eravamo tutti potenziali fessi che avrebbero potuto prendere un bel pacco.
La ragazza mi ha spiegato che molti brand danno la possibilità di controllare l’originalità del capo. All’interno del vestito è presente un’etichetta sulla quale vi è scritto un codice e un sito internet. Basta collegarsi sul sito, inserire il codice presente sulle etichette, e immediatamente possiamo renderci conto se il capo è originale, oppure solamente un pacco. Appena ho saputo questa notizia, l’ho riferito subito alla mia ragazza, la quale mi ha detto che non capivo nulla di moda. A quel punto, non ho risposto. Dopo qualche ora di attesa, finalmente, si è decisa a comprare un giubbino Just Cavalli a metà prezzo. Rientrati a casa, incuriosito, ho cercato nel giubbino l’etichetta con il codice. Mi sono collegato sul sito - certilogo.com - e mi sono reso conto (con immensa soddisfazione!) che quel genio, aveva preso un bel pacco.  Gli outlet, danno soddisfazione!

mercoledì 4 aprile 2012

Moda 2012: democratica? Magari!


E’ da qualche anno a questa parte che se ne sente parlare sempre più spesso, soprattutto con la diffusione massiccia sul territorio nazionale e non solo, delle catene d’abbigliamento “low cost” come Oviesse ed H&M, dove abiti e accessori di low non hanno solo il costo ma purtroppo anche tutto il resto!
Eppure grandi marchi come Versace e Lanvin, hanno sperimentato delle “mini collezioni” dette “capsule”, (già il nome la dice lunga!), in collaborazione proprio con H&M, in vendita a prezzi accessibili, perché anche loro credono in questo processo di  “democraticizzazione”.
Sarà, ma  loro  intanto si fanno fotografare in giro solo con capi favolosi! E i vip? Dove li lasciamo? Ne avete mai visto qualcuno uscire dalle porte scorrevoli di OVS carico di shoppers e pacchetti? Sì,  magari c’è pure l’autista che l’aspetta lì davanti!
Ma allora quale moda democratica e per chi? Vogliamo dirlo una volta per tutte e con rassegnata concretezza, che  se si spende poco purtroppo non si raggiungeranno mai gli standard di una vera collezione?
Facile per una super top come Kate Moss, mescolare roba del mercatino con pezzi che costano quanto 4 mesi di uno stipendio medio. Tutte noi potremmo essere tremendamente casual- chic indossando una t- shirt da 5 € ,se poi al braccio possiamo sfoggiare l’ultima hit bag di Dior!
Provate invece ad andare solo di stracci vestite: o avete il fisico, il portamento e la borsa Dior di Kate Moss, o sembrerete semplicemente delle poveracce!
 Il risultato peggiora, assumendo un aspetto tipicamente “trash-coatto” se oltre agli stracci del cinese o di Terranova ci aggiungiamo le borse, le cinture e gli occhiali da sole taroccati, con fibbie e maxi loghi a vista così luccicanti e glitterati che anche un cieco li noterebbe!
Per evitare questo tragico risultato, che purtroppo è il modo di vestire più diffuso (basta fare un giro al centro commerciale o davanti all’uscita di una scuola per “ammirare” orde di Hogan, Moncler, D&G, tutti rigorosamente “vu cumprà”), è preferibile acquistare dei capi vintage nei negozi dell’usato o risparmiare un po’ e scegliere pochi capi ma buoni e originali.
E comunque alla fine è sicuramente meglio una borsa in cuoio invecchiato di seconda mano o uno zaino artigianale etnico, magari cucito da voi, invece di una finta Versace o della robaccia che  spacciano come firmata da H&M, che con le collezioni delle famose maison non hanno purtroppo nulla in comune a parte l’etichetta!!
 Vogliamo la vera moda democratica e permettere a tutti di avere Versace e Dior nell’armadio? Facile: alla velocità del  fashion system tutto diventa immediatamente datato.
Basterebbe perciò che le vecchie collezioni e tutti i capi rimasti invenduti, vengano rimessi sul mercato al prezzo di produzione che sarebbe di gran lunga inferiore a quelli degli outlet, dove i capi più costosi rimangono comunque carissimi.
In questo modo verrebbe scongiurata anche la temuta contraffazione perché a parità di prezzo o con una minima differenza, sarebbe davvero roba da matti non comprare solo ed esclusivamente originale. Altro che H&M ed OVS!!